Sidney Costantino Sonnino

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Biografia

Il barone Sidney Costantino Sonnino nacque a Pisa, l’11 marzo 1847, dal banchiere ebreo Isacco Sonnino e da Georgina Sofia Arnaud Dudley Menhent, figlia illegittima del commerciante inglese Sidney Terry. La madre fu una figura chiave nella formazione del giovane Sonnino, di lei scrive in una delle sue lettere: “Per l’uomo d’ingegno, qualunque siano i suoi istinti, non è nessun merito l’essere buono – è troppo facile. Ma conservare l’elevatezza dell’animo mentre si ha assai intelligenza per accorgersi della pochezza della propria mente e nulla di più, that is the question. Per atto di volontà sono una natura elevatissima, ma nel fatto non lo sono. Sono pigro e lavoro – sono per indole scettico e mi son dato la fede – sarei indifferente e mi sono costretto ad avere degli entusiasmi – (…) e tutto questo per sentimento di dovere e per affetto alla mia madre, che pochi altri affetti ho risentito” (Sonnino ed. 1998, pp. 18-19).
Sonnino trascorse la giovinezza tra Livorno e Firenze, frequentò le migliori scuole e l’alta società fiorentina. Enfant prodige, terminò gli studi liceali in appena due anni e, nel 1862, si spostò a Pisa, dove si laureò in diritto internazionale a soli 18 anni. Durante gli anni dell’università cominciò a formarsi la sua ideologia liberale, ispirata dallo studio di filosofi come John Stuart Mill o Jeremy Bentham, e favorita dal clima di attivismo politico che imperversava sulla città, sede dell’associazione liberale dal motto “Statuto-Unità-Progreso”.
Nel 1867, abbandonata la carriera forense, decise di entrare come volontario nel servizio
diplomatico ed ebbe così l’occasione di compiere alcuni viaggi in Europa: visitò Madrid, di cui
apprezzò solo “il clima, le donne e le tazze di cioccolata” (Carlucci 2002, pp. 60-61), Vienna, Parigi e Berlino, dove fu al servizio del conte de Lunay, Decano degli Ambasciatori italiani.
Tuttavia, Sonnino si accorse ben presto che neppure la carriera diplomatica faceva per lui, “a causa dell’indole irrequieta”, diceva Salvatore Tugini in una lettera a Emilia Peruzzi (Carlucci 2002, p. 63). Rivolse dunque i suoi interessi alla politica: nel 1870 scrisse un opuscolo dal titolo Il suffragio Universale in Italia, che ribadiva le sue posizioni progressiste anche sul ruolo della donna, come dimostra la corrispondenza con la Peruzzi. L’anno successivo, ritornato nella sua Firenze, appena depredata del ruolo di capitale del Regno, iniziò a interessarsi ai problemi che in quegli anni affliggevano i contadini toscani, ampliando poi la sua ricerca anche alla situazione del Mezzogiorno. Nel 1877 pubblicò, insieme al politico ed economista Leopoldo Frachetti, la famosa Inchiesta sulla Sicilia, che porrà le basi per tutti i futuri provvedimenti legislativi; pare, inoltre, che stesse lavorando anche a un’inchiesta sul nord Italia, mai portata a termine o pubblicata (“si figuri che grandine cadrà quando avrò pubblicato il lavoro sulla Lombardia, se pure arriverò mai a finirlo”; Sonnino ed. 1998, p. 257).
Da questo momento in poi, la carriera politica del barone Sonnino fu un susseguirsi di cariche
pubbliche sempre più altisonanti: nel 1878 fu consigliere della Provincia di Firenze e due anni più tardi venne eletto deputato. Tra il 1893 e il 1896 ricoprì le cariche di ministro delle Finanze e del Tesoro nel terzo governo Crispi e operò un importante risanamento delle finanze.
Nel 1896, con la disfatta di Adua e la conseguente caduta del governo Crispi, la carriera dello
statista liberale rischiava di subire una battuta d’arresto, ma la sua scalata politica era in realtà
appena cominciata. Infatti, l’anno successivo, Sonnino pubblicò il celebre saggio Torniamo allo
Statuto (inizialmente edito in forma anonima) sul periodico “Nuova Antologia”, invocando la
restaurazione dei poteri del sovrano sulla base Statuto Albertino e l’esercizio della sola funzione
legislativa da parte del Parlamento, che stava acquisendo un ruolo sempre più centrale.
All’alba del nuovo secolo, Sonnino poneva le basi per la sua scalata al vertice dello Stato, cercando di fronteggiare le due grandi forze che minacciavano il partito liberale: i socialisti e i cattolici. Nel 1901 fondò “Il Giornale d’Italia”, di cui fece direttore Bergamini, con l’intento di “rinvigorire le forze costituzionali e combattere chiunque abbia mire di distruggere o minare la forma di governo monarchico-rappresentativa con la sovranità di casa Savoia” (Ballini 2000, p. 339). Dopo essere stato per alcuni anni a capo dell’opposizione nei governi Zanardelli (1901-03) e Giolitti (1903-05), venne eletto primo ministro nel 1906 e di nuovo nel 1909-1910.
Nel 1914 fu ministro degli esteri nei governi Salandra, Boselli, Orlando (1914-1919) e condusse le trattative prima con l’Austria e poi, segretamente, con le potenze dell’Intesa per l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, con la firma del Patto di Londra. Nominato senatore nel 1920, Sonnino morì a Roma il 24 novembre 1922.
Oltre ad essere stato un abile statista, liberale, meridionalista e anticlericale, il barone Sidney
Sonnino fu un grande intellettuale, assiduo frequentatore del salotto di Matilde Bartolommei, dove conobbe molti artisti e intellettuali fiorentini tra cui Telemaco Signorini, Giovanni Fattori e Diego Martelli.
Di carattere chiuso e riservato (in una lettera all’amica Elena Peruzzi scriveva “ha ben ragione
quando dice che non so esprimere quello che sento (…) deve essere ereditario, anche mia madre è così”) e con una “passione invincibile per il silenzio” (Sonnino ed. 1998, pp. 108 e 37), egli fu senza dubbio una delle personalità più singolari e importanti del periodo post-unitario, a cavallo tra i due secoli. Per questo, la Provincia ha voluto dedicargli una delle sale principali del museo del Palazzo, la cosiddetta sala dei Bassorilievi, punto di snodo tra la sala delle Quattro Stagioni e quella di Luca Giordano.

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