Le librerie dei Riccardi

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Storia

Quando allestì la Biblioteca Ricardiana, il marchese Francesco (1648-1719) si documentò su quali erano i criteri da seguire per costruire una “libreria” grande e efficiente: per esempio il tipo di acquisti da effettuare, la necessità di un ambiente ben illuminato, il personale qualificato per la custodia e la tutela dei volumi. Ottenuto da Cosimo III il permesso di svincolare le opere al Casino di Valfonda, Francesco fece trasportare molte opere fra cui la collezione di libri e manoscritti che già Riccardo Romolo aveva riunito.
Tramite la moglie Cassandra Capponi, Francesco ereditò una delle biblioteche più importanti a Firenze, quella del suocero Vincenzo morto nel 1688. Si trattava di ben 249 manoscritti e oltre 5.000 rare edizioni a stampa. Numerosi i testi a carattere scientifico. Ma Francesco non si accontentò di una acquisizione così importante e fece numerosi acquisti presso librai fiorentini.
Fra i successori di Francesco, il più importante artefice degli ampliamenti della Biblioteca fu il suddecano Gabriello (1706-1798), suo nipote. Gabriello fece importanti acquisiti, in parte approfittando delle influenti relazioni che aveva con gli enti religiosi. Così nel 1742 acquistò gli scritti di Giovan Battista Fagiuoli presso le Montalve e nel 1748 un importante gruppo di codici romanici, molti dei quali miniati, dalle monache di Santa Marta. Inoltre acquisì varie biblioteche o sezioni di esse, fra cui la raccolta di Anton Maria Salvini (3.349 opere, di cui oltre 1.200 postillati), un nucleo notevole della libreria Doni (937 manoscritti), volumi e manoscritti appartenuti a illustri famiglie fiorentine o a personaggi illustri quali Marsilio Ficino, Benedetto Varchi, i Medici. Comprò anche i codici dell’umanista Nicodemo Tranchedini e ricevette in dono i volumi di Giuseppe e Benedetto Averani. Entrò nella raccolta di Gabriello anche la corrispondenza di Livio Mehus, appartenuta a Baldassarre Buoncompagni. Gabriello curò personalmente anche le legature, molte delle quali affidate a Giuseppe Pagani. Interessato a vedere riunite le collezioni librarie di famiglia, nel 1794 fece trasferire la propria (dove c’erano oltre 800 manoscritti) dal suo appartamento alla Biblioteca al piano nobile.
Infine Bernardino Riccardi (1708-1776), amante della vita mondana, del gioco e del teatro, riunì gran parte del nucleo librario dedicato allo spettacolo, con pezzi pregevoli e rari. Altre significative raccolte librarie in Palazzo Medici Riccardi furono quella di Vincenzo (1704-1752) interessato soprattutto all’antiquaria e quella del canonico Francesco Maria, figlio di Vincenzo, appassionato di musica, ma morto però a soli 22 anni nel 1764.
Nel suo complesso il patrimonio della Biblioteca Riccardiana è davvero variegato. Per i manoscritti si spazia dai codici latini a quelli greci, da quelli greci a quelli orientali; dalle tavolette in corteccia d’albero del XIX secolo in lingua polinesiana ai rotoli antichi; dai testi classici ai prontuari di medicina; numerosi gli autografi di umanisti (Pico della Mirandola, Leon Battista Alberti, Agnolo Poliziano, Marsilio Ficino) e di artisti (Piero della Francesca, Bartolomeo Ammannati). Numerosi anche gli incunaboli, fra cui la Bibbia appartenuta a Girolamo Savonarola, con le sue annotazioni. Del resto la collezione di manoscritti e libri dei Riccardi era sempre stata caratterizzata dall’eclettismo, sin dal primo indice che risaliva al 1632.
Una volta passata di proprietà allo Stato, la Biblioteca Riccardiana ha continuato ad accrescere la propria collezione, attraverso varie donazioni: “i 134 volumi di pregiate miscellanee che Giuseppe Del Rosso legò all’Istituto nel 1831; la dotazione dei 55 volumi di manoscritti e della corrispondenza di Mario Pieri nel 1852; il ricco lascito di carte di argomento politico di Abramo Basevi nel 1873, tra cui 32 volumi di giornali; la corrispondenza politica e letteraria di Leopoldo Galeotti, lasciata per testamento nel 1879” (Lazzi 2009, p. 255).

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