La collezione degli avori

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Descrizione

La raccolta degli avori dei Riccardi si distinse a Firenze per numero e qualità. Del resto tale genere collezionistico era raro nelle collezioni fiorentine, poco rappresentato anche nella sterminata collezione medicea.
I primi avori riccardiani sono descritti nella raccolta di Riccardo Romolo nel Casino di Valfonda dall’inventario stilato alla sua morte (1612). Erano sistemati nello «studio», dove era custodita anche la collezione di manoscritti e volumi. Pervennero in Palazzo Medici, acquistato dai Riccardi nel 1659, entro il 1673, cioè prima che nel 1687 il marchese Francesco di Cosimo Riccardi ottenesse, con motuproprio di Cosimo III, il permesso di trasferire le opere nel Casino di Valfonda nella dimora in via Larga. Rimasero quindi negli armadi della guardaroba finché il marchese Francesco non li sistemò negli spettacolari armadi nella Galleria riccardiana al primo piano, realizzati e montati entro il 1715. Nei ripiani, negli scomparti e nelle cassette furono sistemati con gli avori bizantini altre minute preziosità, quali medaglie, bronzetti, gemme e cammei. Nuove acquisizioni di opere eburnee furono poi fatte dal marchese Vincenzo e dal suddecano Gabriello, suo fratello.
Alla metà del Settecento la collezione Riccardi, che poteva vantare il nucleo più ampio e qualitativamente superiore di opere in avorio di epoca bizantina, attrasse l’attenzione di eruditi del tempo. Giovanni Lami, insigne storico e bibliotecario dei Riccardi, fu un grande estimatore degli avori nel palazzo di via Larga. Nel 1759 venivano pubblicati a Firenze i quattro volumi del Thesaurus veterum diptychorum, consularium et ecclesiasticorum, il più grande repertorio illustrato di avori antichi, curato da Anton Francesco Gori morto tre anni prima, con integrazioni di Giovan Battista Passeri. In esso venivano pubblicate otto placchette eburnee della collezione Riccardi, le cui illustrazioni incise erano state finanziate personalmente dal suddecano Gabriello. Alcuni di tali intagli sono ora conservati in importanti raccolte pubbliche europee:
· la tavoletta di un dittico imperiale raffigurante l’imperatrice Ariadne (Vienna, Kunsthistorischen Museum): menzionata per la prima nella collezione di Riccardo Romolo (1612), fu forse acquistata a Venezia; si riteneva che fosse appartenuta all’Imperatore Costantino;
· la tavoletta con gli apostoli Pietro e Andrea (Vienna, Kunsthistorischen Museum): menzionata per la prima nella collezione di Riccardo Romolo (1612), fu forse acquistata a Venezia
· la tavoletta frammentaria del dittico di San Basilio (Milano, Museo del Castello Sforzesco): ricordata per la prima volta negli armadi della guardaroba di Palazzo Medici Riccardi nel 1673;
· la tavoletta con i quaranta martiri di Sebaste (Berlino, Staatliche Museen): descritta negli armadi della Galleria riccardiana dall’inventario del 1752, redatto dopo la morte di Vincenzo Riccardi;
· il dittico con le personificazioni di Roma e Costantinopoli (Vienna, Kunsthistorischen Museum): descritto da Giovanni Lami in un contributo nelle “Novelle Letterarie” nel 1753, come uno dei pezzi più preziosi della raccolta.

Ai primi dell’Ottocento, quando ormai i Riccardi dovevano far fronte alla bancarotta e le loro collezioni erano da tempo sottoposte a una progressiva dispersione, anche gli avori vennero inventariati per essere messi in vendita. Il 23 luglio del 1811 su 16 avori, valutati complessivamente 189 zecchini, nove furono venduti, presumibilmente i più preziosi, ma ben presto anche gli altri trovarono i compratori, perlopiù collezionisti del nord Italia e forestieri.

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