Antefatti del banco Medici

Home / Antefatti del banco Medici

Descrizione

L’attività bancaria dei Medici basata sul prestito a usura è documentata sin dal XIII secolo, anche se allora produceva un volume di affari piuttosto modesto. Infatti nel 1240 Ugo e Galgano (o Gano) di Bonagiunta risultano fra i vari creditori del conte palatino Guido Guerra (dei conti Guidi del ramo di Dovadola), mentre Chiarissimo, capostipite di un altro ramo, era prestatore al monastero di Camaldoli, situato in una zona fra Toscana e Romagna dove in particolare si sarebbero indirizzati gli investimenti in beni fondiari e immobiliari dei Medici.Fra la fine del Duecento e i primi del Trecento, Ardingo di Bonagiunta con i quattro fratelli e Bernardino di Giambuono (del ramo di Chiarissimo) erano iscritti all’Arte del Cambio con una propria compagnia (ASF, Arte del Cambio, 6, c. 32; ibidem, 7, c. 13r; ibidem, 8, c. 8v). Tale compagnia ebbe un giro d’affari piuttosto limitato e una modesta entità di introiti rispetto ai grandi banchi dell’epoca come quelli dei Bardi e dei Peruzzi. Entro la metà del secolo la compagnia subì probabilmente un netto declino, come del resto toccò in sorte comune ai banchi più potenti. Di rado i discendenti di Bonagiunta risultano citati come creditori: nel 1345 Neri e Bonagiunta di Manetto, nipoti di Ardingo, devono avere pochi fiorini dal Monte, cioè il debito pubblico comunale; nel 1400 altri discendenti sono registrati in una prestanza, cioè un prestito forzoso al Comune. Nel corso del XV secolo il ramo di Bonagiunta esaurirà la propria discendenza maschile.Diversamente dovettero condurre affari più redditizi i Medici appartenenti al ramo di Averardo. I sei figli di questi allargarono l’attività della propria compagnia bancaria (filii Averardi, appunto) anche al di fuori di Firenze e della Toscana, in particolare in Romagna, dove uno di essi nel 1314 risulta possedere una fattoria. Nel 1321 Jacopo di Averardo ricevette l’appalto della zecca di Ravenna. La compagnia filii Averardi allargò il proprio giro di affari nella marca anconetana (1315), a Treviso, dove istituì un fondaco, e persino a Liegi, dove Francesco di Averardo divenne il tesoriere della chiesa di Liegi sotto il pontificato di Giovanni XXII (1316-1334). Alla base di tali affari bancari c’erano sempre i prestiti a usura, come dimostrano i testamenti di esponenti del ramo di Averardo e di quello di Chiarissimo, in cui i testatori dichiarano di essere responsabili di mala ablata e illecite acquisita e dispongono la restituzione almeno parziale del maltolto. Così si legge nelle carte del cavaliere Giovenco di Averardo (1321), di Salvestro di Alemanno discendente di Chiarissimo, e di Averardo detto Bicci, nonno di Cosimo il Vecchio. Dopo il 1330 non si hanno più notizie della compagnia filii Averardi che evidentemente chiuse i battenti. Dopo tale data, per lungo tempo, i Medici non sembrano più svolgere attività finanziarie di gruppo. Continuarono a fare strozzinaggio, ma lo fecero individualmente senza tentare di accrescere il proprio patrimonio con rischiosi investimenti e speculazioni avventate. Del resto in generale i Medici furono probabilmente indotti alla prudenza dalla generale crisi finanziaria che nella prima metà del Trecento (e soprattutto negli anni quaranta) portò al fallimento di potenti gruppi finanziari di notorietà internazionale, quali i Bardi, i Peruzzi e gli Acciaioli.Nella seconda metà del Trecento, mentre in generale i Medici continuavano ad alimentare i propri beni immobiliari tenendosi lontano da rischiose operazioni finanziarie, in famiglia si distinse per le proprie qualità di uomo d’affari Vieri di Cambio, discendente di Chiarissimo, iscritto all’Arte del Cambio. Egli praticando l’usura allargò il raggio d’azione e fece prestiti a personaggi importanti e magnati. La sua impresa divenne così una grande e prestigiosa compagnia bancaria con filiali a Venezia, Genova, Roma e in varie città di Europa. Dalla lettura dei registri dell’Arte al 1348 e al 1392 si ricava che Vieri divenne uno dei membri più autorevoli della corporazione e uno dei cittadini più ricchi di Firenze. Considerato e stimato, insieme al fratello Giovanni ebbe spesso l’onore di venire interpellato dal governo comunale per consigli e valutazioni. Nella sua compagnia Vieri chiamò a lavorare i figli di Averardo detto Bicci, Francesco e Giovanni, prima come apprendisti, poi come fattori e infine come soci minori. Fu Giovanni in particolare a fare tesoro di questa importante esperienza personale. Egli fra l’altro divenne direttore della filiale romana che dal 1392 risulta denominata “Vieri e Giovanni de’ Medici in Roma” essendo diventata ormai un compagnia separata. Nel 1393 Giovanni di Bicci rilevò la sede romana di Vieri e Giovanni di Cambio ed avviò un’attività in proprio scegliendo soci che fecero aumentare il capitale. Alla morte di Vieri nel 1395, l’intera compagnia risultava divisa fra tre eredi: Antonio di Giovanni di Cambio, nipote di Vieri, Giovanni di Bicci, proprietario della filiale romana, e suo fratello Francesco di Bicci con il figlio Averardo. Il banco di Antonio cessò la propria attività già nel 1395; maggior fortuna ebbe quello di Francesco e Averardo che chiuse i battenti nel 1443; per parte sua, l’impresa finanziaria di Giovanni ebbe un’ascesa vertiginosa e avrebbe segnato il primato della famiglia Medici nel XV secolo. Nel 1397, due anni dopo la morte di Vieri, Giovanni trasferì a Firenze la propria compagnia stabilendola nei pressi di Orsanmichele e del Mercato Vecchio, fra via Porta Rossa e via dell’Arte della Lana. Nasceva così il banco Medici.

Designed by Frush Developed by Nexibo logo