Dalla vendita dei Riccardi alla nomina del ministero degli interni (1814-1865)

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Descrizione

Nel 1814 la famiglia Riccardi non più in grado di sostenere economicamente le spese del palazzo ne decide l’alienazione. In un primo momento, l’edificio passa sotto la Causa Pia Ecclesiastica regolare e successivamente ai Lorena diventando patrimonio del Granducato. Il governo stabilì che il palazzo assumesse un ruolo di rilievo politico e ne venne destinato l’uso a sede di uffici pubblici avviando così un lungo processo, durato quasi un secolo, di modificazione dell’aspetto originario con uno sminuzzamento degli spazi interni e delle volumetrie, ad esclusione degli ambienti della Biblioteca Riccardiana. Al 1814 l’edificio si presentava suddiviso in dieci appartamenti le cui caratteristiche architettoniche ed estetiche erano ancora legate al gusto settecentesco per la rappresentatività e ricchezza degli ambienti. Nell’ala medicea michelozziana si trovavano due appartamenti che, dal portone principale, si distribuivano l’uno sulla sinistra verso via dei Gori e da qui fino a via de’ Ginori comprendendo la loggia, l’altro sulla destra dell’androne di ingresso si distribuiva intorno al cortile del Pozzo. L’ala riccardiana era suddivisa in quattro abitazioni. Al piano terreno si trovava un appartamento costituito da quattro grandissime sale e da una stalla con accesso su via de’ Ginori. Al piano nobile tre appartamenti si articolavano intorno al cortile loggiato di Michelozzo. Il primo, in corrispondenza delle attuali stanze del prefetto, si distribuiva sul lato di via Larga a partire dal salone di Carlo VIII, con una seconda unità ad esso collegata che correva parallela a via dei Gori fino a comprendere la terrazza sopra la loggia del giardino in angolo a via de’ Ginori. Il secondo appartamento dava interamente su via Larga e comprendeva oltre alla cappella dei Magi due stanze e la piccola terrazza che si affaccia su via Larga e altre due stanze che davano sul cortile interno detto del Pozzo. La terza unità abitativa si articolava intorno al cortile su via de’ Ginori e includeva il salone di Luca Giordano la Biblioteca Riccardiana con alcune stanze adiacenti. Il secondo piano era suddiviso in quattro appartamenti di minor prestigio. (Romby 1990, p. 180, fig. 216/217). Nel 1828 avviene il primo sopralluogo da parte dell’ architetto delle regie fabbriche Giuseppe Martelli incaricato di riorganizzare lo spazio in base alle nuove funzioni del palazzo. In questa prima fase l’edificio mantiene ancora alcuni dei suoi caratteri abitativi. Al posto degli appartamenti al piano terreno troviamo a destra dell’androne i locali per i guardaportone. Intorno al cortile del Pozzo alcune sale vennero adibite a deposito per la collezione di quadri della famiglia Riccardi e altre diventarono sede dell’ufficio della Soprintendenza degli ospedali. Su via de’ Ginori alcuni ambienti furono ceduti ad un vinaio. Al primo piano distribuiti intorno al cortile principale e comprendenti il salone di Carlo VIII, si trovavano i locali della Biblioteca Riccardiana, l’Accademia della Crusca e l’ufficio del catasto. Il secondo piano era interamente destinato all’abitazione del generale comandante supremo del Granducato. (Romby 1990, pp. 180-181, fig. 218/219). A partire dal 1832 si moltiplicarono gli uffici governativi e di conseguenza il palazzo subì ulteriori suddivisioni. Gli uffici del catasto si ampliarono occupando tutta l’ala destra del primo piano intorno al cortile del Pozzo mentre i locali intorno al cortile di Michelozzo divennero sede dell’ufficio di Soprintendenza delle Acque e Strade e Corpo degli Ingegneri. Il grande salone di Carlo VIII venne suddiviso con pannelli lignei in piccoli uffici per ospitare i copisti della soprintendenza e l’ufficio del conservatore delle perizie e progetti d’arte. (Romby 1990, p. 181, fig. 220). Tra 1839 e il 1845 al piano terreno si trovavano la Banca di Sconto, la Banca di Risparmio e parte del catasto. Al primo piano nell’ala riccardiana l’ufficio del catasto e la Biblioteca Riccardiana mentre nell’ala sinistra intorno al cortile di Michelozzo l’ufficio del corpo degli ingegneri. Al secondo piano gli ambienti erano destinati ad uso abitativo. Nella guida di Firenze redatta da Federico Fantozzi nel 1842 vengono annotate le presenze di numerose istituzioni pubbliche e private come la Banca di Sconto, la Cassa Centrale di Risparmio, l’Accademia della Crusca, la Soprintendenza del corpo degli Ingegneri d’Acqua e Strade, la Conservazione del catasto, l’archivio delle Decime Granducali, la biblioteca della regia Accademia dei Georgofili, la Soprintendenza generale delle Comunità del Granducato, la Biblioteca Riccardiana . (Romby 1990, p. 181, fig. 221). Nel 1849 al piano terreno viene collocata la caserma austriaca degli ulani, unità di cavalleria armata di lancia dell’esercito asburgico sostituita nel 1859 dalla guardia nazionale. (Romby 1990, p. 181, fig. 221). All’elezione di Firenze capitale d’Italia nel 1865 il palazzo diventò sede del ministero degli Interni. Notevoli furono gli sforzi dell’architetto Francesco Mazzei per adeguare gli spazi alle nuove prestigiose funzioni e accogliere i numerosi uffici ministeriali ai quali seguirono presto quelli della questura e della stazione telegrafica. (Romby 1990, pp. 182-183, fig. 222/225). L’architetto Mazzei cosciente del valore del palazzo adottò alcune accortezze consone al prestigio dell’edificio. Le suddivisioni a piano terreno furono fatte in legname o sopramattone fino ad una certa altezza, mentre al piano nobile, per non deturparne l’originario aspetto, vennero costruite delle pareti in legno ricoperte da tela. Vennero inoltre aperte vecchie finestre e porte tamponate e chiuse altre nella logica della conservazione del monumento. Alcune sale vennero pavimentate e verniciate le pareti dove era andata persa la decorazione in carta di Francia. Il palazzo venne dotato di un moderno impianto di illuminazione a gas. L’operazione più importante che venne fatta nel palazzo fu la costruzione di una grande sala con copertura in ferro e vetro nel giardino su via de’ Ginori per ospitare le macchine della stazione telegrafica. L’utilizzazione di nuovi materiali e tecniche costruttive in contesti “antichi”, l’uso in voga al tempo di progettare strutture in ferro e vetro, segnarono indelebilmente il tramonto di una cultura aristocratica e il passaggio ad una nuova cultura borghese.

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